Italia – All blacks: rugby immigrato


Scritto per Stilelibero di Dicembre 2009

Verrebbe voglia di fare i retorici, di dire quant’è bello poter andare allo stadio senza doversi preoccupare di tifosi idioti.
Verrebbe voglia di completare il quadretto con bambini allegri e famiglie spensierate, con San Siro tempio del calcio, pozza di luce in mezzo al grigio del cielo e del cemento.
Sarebbe facile.
Invece San Siro, per un giorno, è stato qualcosa di diverso. Non solo un campo di rugby, ma un’occasione per riflettere.
Lo spunto te lo da la nostra formazione.

I cognomi parlano, e raccontano la storia di famiglie arrivate in qualche porto sperduto dell’Argentina, Dio solo sa quando. Di giovani di belle speranze, che questo Paese prende e coccola, facendoli diventare parte di sé; ogni tanto regala loro una maglia azzurra e li butta nella mischia.
E così, mentre aspetti che gli All Blacks si schierino per la loro danza di guerra, mentre ti domandi se te ne cacceranno settanta, di punti, oppure decideranno di non infierire, un pensiero passa fugace. Poco più di un barlume di idea.
Ti viene da pensare che oggi siamo in ottantamila a tifare una squadra composta per metà da “oriundi”; ti viene da pensare che in fondo vedere Robertson scritto sotto la formazione azzurra suona solo un po’ strano, ma che in fondo non c’è niente di scandaloso.
E subito ti vengono in mente certi personaggi che ti aspettano a casa, quelli che amministrano il tuo comune, o quelli vicino al tuo.

Gente per cui gli stranieri sono solo poco più che oggetti: da usare quando ti servono, da ricacciare a casa se sono troppi, se sono brutti e disperati. Se arrivano stipati su bagnarole che tengono il mare per miracolo e che per miracolo arrivano vivi.
Poveri cristi in croce il mezzo al Mediterraneo.
Poveri cristi, che assomigliano maledettamente ai nonni di Sergio Parisse e Martin Castrogiovanni.
Solo che ce lo siamo scordato.
Ce lo siamo scordato al punto di accettare tutto in nome della “sicurezza”, assuefatti al binomio “straniero-criminale”, senza se e senza ma.Per inciso, i “Tutti Neri”, quelli che hanno attraversato mezzo mondo per menarci, hanno avuto la vita difficile. Si sono trovati davanti indigeni ed oriundi; quindici uomini disposti a farsi spaccare la schiena purchè “non passi lo straniero”. Manco fosse il fronte del Piave.

O un qualsiasi cantiere dalle parti di Cittadella.

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