Questo pezzo è stato scritto per una sorta di rappresentazione teatrale che si è tenuta in occasione della Festa del PD dell’alta padovana. Era parte di un trittico di personaggi, un quarantenne, un immigrato e una studentessa di venticinque anni che intendenvano rappresentare tre tipi umani in quello che ormai “non è un paese per giovani”
Sono stanco.
Guardatemi.
40 anni e un lavoro stabile in un’azienda che traballa.
Sono stato uno di quelli fortunati, io. Finito di studiare sono entrato in fabbrica, a lavorare. Perito meccanico. Un annetto ad ingrassere ingranaggi, poi la naja.
Così te capissi da dove che a riva, diceva sempre il mio capo-macchina. Tornato dalla caserma, l’azienda mi ha tenuto il posto. Come si faceva una volta. Assunto a tempo indeterminato, posto fisso.
Ai miei tempi si diceva assunto. E basta. Senza aggettivi.
Lo stipendio era buono, niente da dire.
La vita ha corso, e corso bene. Mi sono divertito, mi sono sposato. Mi sono costruito una casa e una famiglia. Ho visto il mondo cambiare da questo piccolo angolo di pianeta.
E sembrava che le cose potessero andare bene in eterno.
L’illusione che la felicità delle piccole cose fosse a portata di mano.
Poi, in poco tempo, è cambiato il vento.
Il posto di lavoro è ancora lì, stabile.
La fabbrica che me lo garantisce, molto meno sicura di un tempo.
Ho conosciuto parole che prima non conoscevo. Cassa integrazione, contratto di solidarietà, riduzione dell’orario. Noi che facevamo due ore di straordinario al giorno e lavoravamo tutti i sabati.
Ho visto cambiare i miei colleghi, ho visto facce di tutti i colori entrare in fabbrica.
E adesso mi sento così poco sicuro, così poco me stesso.
Fa impressione sentire il padrone girare per la fabbrica e urlare che se ne va in Romania, in Cina, in Turchia. Che lì lavorare costa meno, che si può fare quello che si vuole, che non ci sono sindacati a rompere i coglioni.
E poco importa se in paese gli hanno lasciato costruire una fabbrica partendo da un pollaio. Poco importa se qua gli operai li paga sempre meno, che sono tutti stranieri presi su con l’agenzia. Poco importa se qua non c’è mai stato nessuno con la tessera del sindacato, che per carità sono solo gente capace di parlare e basta.
Romania, Turchia, Cina. Da nomi sul catalogo dell’agenzia di viaggio sono diventati quasi delle minacce.
Adesso qui siamo tutti nervosi, tutti preoccupati.
Lavoriamo a salti, senza nessuna certezza per il futuro immediato.
E tutta la paura se ne viene a casa con me.
Non mi ricordo l’ultima volta che sono riuscito a prendere sonno senza passare ore a fissare il soffitto. O l’ultima volta che mi sono visto sorridente senza un motivo.
Non ne posso più, di tutta quest’ansia da naufrago.

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