Come Si Racconta Una Statua?

Come cavolo si fa a raccontare una statua a uno che non ci vede?

Me lo sono chiesto la prima volta che ho sentito la storia di Felice e della sua statua. La storia di uno scultore che va a vedere il Cristo Velato di Sammartino, nella cappella San Severo di Napoli. Di uno a cui hanno impedito di vedere una statua bellissima. Per due volte. La prima volta ci ha pensato la natura, che a 14 anni a Felice ha tolto la luce degli occhi. La seconda volta ci ha pensato un burocrate, che a uno scultore cieco ha impedito di toccare la statua.

Si rovina. Come diceva mia nonna del divano in salotto, quello coperto da un orrendo sudario a fiori ma che si favoleggiava fosse una meraviglia di cuoio. Che nessuno aveva mai visto.

Si rovina. E quindi ad un non vedente possiamo impedire di toccare, anche se le sue mani hanno una sensibilità diversa. Due volte. Perchè oltre alla sensibilità del cieco c’è anche quella dello scultore.

Felice non l’ha presa bene. Non l’ha presa bene per niente. Se n’è andato sbattendo la porta e pensando un pensiero folle.

Lo rifaccio. E lo faccio toccare a tutti.

Facile, che ci vuole. prendi le foto, magari pure un modellino, e lo copi. Se sai battere il marmo, che ci vorrà mai? A parte il fatto che non puoi vedere le foto, che ci vuole?

Ci vuole qualcuno che racconti.

Io sono uno fortunato. Non solo perchè ci vedo. Ma perchè Felice l’ho incontrato di persona, e ho potuto chiedergli proprio “come si fa a raccontare una statua”? La risposta me l’ha data prendendomi per mano e facendomi chiudere gli occhi. E raccontandomi quel Cristo, la testa piegata sulla spalla desta, il piede a martello, le ginocchia vagamente raccolte. E poi i riccioli dei capelli, e l’ombelico allungato dallo sforzo dello stare crocefisso. E le unghie delle mani, e dei piedi. E il menisco sotto il ginocchio. E ancora la stanchezza e l’abbandono alla morte.

Insomma. Te la devi sentire addosso, quella statua. La devi percepire, la fatica dell’ultimo respiro. Fa un po’ sorridere. Per far fare una statua ad uno che non ci vede, devi raccontargli tutta l’azione che c’è fino all’istante prima che tutto diventi marmo. O almeno credo. Perchè io sono fortunato, e quindi non sono proprio sicuro di aver capito bene come fa un cieco a vedere una statua.

Un cieco vede per particolari, e dai particolari ricostruisce l’insieme. Non come quelli che vedono, che guardano l’insieme e credono di aver capito, e poi casomai se avanza tempo e voglia vanno a vedere i dettagli.

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Ecco. A me ‘sta cosa non mi ha fatto dormire tranquillo per una settimana. Perchè ci scorgo dietro un sacco di secondi significati. Primo fra tutti quello di prestare un’attenzione nuova alle cose che ci capitano sotto gli occhi. Cercando il particolare che ci aiuti a comprendere. E questo non credo che valga solo per le opere d’arte.

E poi c’è la questione della rabbia e delle martellate. Perchè Felice era incazzato nero, lo dice lui. E da incazzato nero ha preso a martellate un cubo di marmo fino a tirarne fuori una copia fedele di uno dei più grandi capolavori della scultura. E dalla rabbia, e da un gesto apparentemente di pura distruzione, ha tirato fuori creazione pura. e ce l’ha messa sotto le mani. Con un bel cartello “Vietato non toccare” per chiarezza.

Ecco. Vi capitasse mai di trovarvi ad accarezzare una delle statue di Felice Tagliaferri, fateci un pensiero. Lo trovate esposto al museo Omero di Ancona. Che per inciso è l’unico museo tattile statale d’europa.

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