C’è un cancello, o per meglio dire due pilastri monumentali con i cardini, i leoni di pietra bianca e i mattoni faccia a vista. Il cancello vero e proprio, di legno o di ferro che fosse, non c’è più da chissà quanto tempo. Se n’ andata anche la recinzione a cui il cancello ero attaccato; forse un fosso più che una staccionata o un muro di confine. Ma i campi intorno sono tirati a lucido, e la strada probabilmente si è mangiata l’acqua del fossato.
A spanne, una volta dietro al cancello ci doveva essere un viale, forse alberato di gelsi. E in fondo al viale una casa colonica, una di quelle grandi piene di famiglie numerose.
Sparito tutto.
La campagna qua intorno è punteggiata di resti di un passato agricolo latifondista, uno scenario da Novecento o da Alberto degli Zoccoli, ma dismesso. Le case dei mezzadri ci sono ancora, ma sono diventate rimesse per gli attrezzi, oppure ristoranti per matrimoni con le corti coperte di ombrelloni bianchi.
Leggere il paesaggio è dura, soprattutto oggi che la terra non ce la fa a trattenere l’umido e la nebbia filtra dalle zolle e scivola sulla strada. Il cancello, con i suoi leoni di pietra, è un varco su un mondo dissolto, su un passato colato lungo la strada e che si è portato dietro un pezzo di civiltà.
Il cancello adesso apre su campi di mail e piantagioni di pannelli solari.
Fuori luogo.
Fuori tempo.

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