Il forte

La salita è leggera, un sentiero curato di ghiaia che dolcemente costeggia la montagna. Il solwe batte e scalda, nonostante sia il primo dell’anno, e tutto intorno i prati sono verdi.

Un paio di tornanti, l’ultimo dei quali che si sviluppa in una galleria di cemento armato, portano ad una piccola spianata che domina il fondovalle.

Le montagne fanno da corona, verdi e marroni; l’unica neve è quella, finta, sparata dai cannoni sulle piste da sci. Sul fondo, prima della valle, Asiago e il suo altopiano, e poi la pianura vicentina.

C’è una casetta, un brutto cubo di mattoni e malta sgraziato, e un traliccio carico di antenne e ripetitori.

Il piccolo pianoro è dominato da volte in cemento armato e grotte costruite con piloni di acciaio; è tutto quello che resta di un forte di artiglieria della Grande Guerra. Il panorama aiuta a capire perché l’hanno costruito proprio qui, ad un tiro di sasso dalle trincee austriache e ad uno sputo da Asiago. I cartelli dell’ufficio del turismo raccontano la storia di un forte mai completato, a causa della mobilità del fronte e all’aumento della gittata delle armi nemiche.

Il comando italiano, prima di abbandonare il forte, lo fece minare ed esplodere. Nell’operazione rimase ucciso un giovane tenente, ricordato da una lapide spezzata appesa ad un muro appena fuori dalla galleria. Me lo immagino fiero nella sua bella uniforme fresca di bucato, con un sorriso beffardo sotto i baffetti alla moda. Ignaro che i suoi trent’anni gli sarebbero valsi un pezzo di marmo su un muro e una scheggia di granata in corpo.

Riguardo l’Altopiano e penso alle pagine lette a scuola e all’università, alle storie sentite dai vecchi e dagli appassionati. Penso alle buche delle bombe che oggi fanno da abbeveratoio alle vacche, e alla testardaggine dei vecchi che ricostruirono Asiago pezzo per pezzo. Anche se qualcuno avrebbe voluto fare una new town un po’ più in là, un po’ più lontano dalle ossa dei morti che ancora oggi affiorano di quando in quando dai boschi.

Ma oggi c’è da celebrare la vita che rinasce, che continua e non si ferma. C’è da celebrare il bello e la memoria.

Come stanno facendo quattro ragazzi dentro la pancia del forte, che cantano Amazing Grace e usano le volte di cemento armato non per proteggersi dalle bombe, ma per far correre la voce.

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