Il mare è una lunga distesa di specchietti argentati, punteggiato dal bianco dei gabbiani e dal nero bituminoso delle bricole.
Le onde si infrangono sugli scalini di marmo di una chiesa, depositando legnetti e mucillaggine sul tappeto di alghe che ricopre il primo degli scalini, quello sottomesso al volere dell’acqua alta. Al culmine della scala si innalza una piccola chiesa a pianta circolare, ricolma di ottoni dorati e dipinti di fine barocco; la facciata, bianca di marmo e nera di tempo passato, è picchiettata dai riflessi del mare, che disegnano piccoli arcobaleni sulle facce austere dei santi, appollaiati nelle loro nicchie.
Dalle calli intorno arriva un chiacchiericcio di donne, che commentano il matrimonio stravagante visto la mattina prima; dalla porta di una delle osterie escono i colpi e i moccoli dei giocatori di carte.
È da poco passata l’ora di pranzo, e l’aria è immobile e bianca come i marmi dell’altare.
Ad un tratto, come animali che escono dal limitare del bosco, cominciano ad apparire dei ragazzi di dieci o dodici anni; pallone sottobraccio e vestiti leggeri, che giugno quest’anno s’è travestito da agosto. Arrivano vociando, e sempre vociando cominciano a buttare i vestiti sugli scalini e sui piccoli obelischi che aprono la scalinata. In pochi istanti sono rimasti solo col costume da bagno, e con un calcio uno di loro butta il pallone in acqua, aprendo la gara di tuffi e recupero della palla a cui partecipano tutti.
In pochi istanti la scalinata è completamente bagnata dagli spruzzi sollevati dai ragazzini, mentre l’abside della chiesa riecheggia dei loro schiamazzi, che rimbalzano allegri tra un Sant’Antonio Abate e una Madonna Addolorata.
Appoggiato allo stipite della porta, un parroco anziano, chiuso nella talare, guarda i ragazzini. Dovrebbe rimproverarli per confusione, ma non ci riesce. Nonostante quello che dicono le beghine, preferisce che la chiesa canti del casino dei ragazzini, piuttosto che del silenzio dei fedeli che non ci sono.

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