Il parco domenica mattina è immerso nella nebbia. L’umido condensa sui rami del grande albero che domina le aiuole, mentre il sole disegna diagonali tra le foglie e illumina di luce ovattata le panchine su cui, di solito, si siedono le badanti moldave e i marocchini vocianti.
Nel portico di uno dei condomini che circondano il parco, un cartone e vecchie lattine di birra sono il segno del passaggio di qualche barbone, che un cane – proprietà di una signora impellicciata – annusa con eccessivo interesse.
Nel cuore del piccolo parco, un paio di scivoli e qualche giostra a molla costituiscono il regno dei pochi bambini che abitano il quartiere. La domenica, in primavera, il loro cicaleggio faceva concorrenza ai passeri e alle gazze, e camminando per il parco bisognava stare attenti a non andare a sbattere contro qualche bicicletta che sfrecciava attraverso i viottoli.
Da qualche tempo, però, c’è meno confusione nel parco. Forse l’inverno ha costretto qualche bambino a casa, vittima dei primi raffreddori orse e di qualche genitore apprensivo, forse le biciclette sono rimaste parcheggiate negli androni perché le foglie, cadute e bagnate, rendono i vialetti insidiosi quanto piste ghiacciate.
Forse è colpa della gabbia.
L’hanno tirata su in un mezzo pomeriggio, saldando a terra delle reti zincate e dei tubi innocenti, mettendoci un cancello e un lucchetto e un cartello con gli orari. Un vigile, o forse un netturbino o un anziano pieno di buona volontà, passa tutti i giorni ad aprire e chiudere le porte delle giostre.
Da quando è arrivata, nel quartiere c’è meno confusione e le badanti moldave sorridono meno nei loro conciliaboli. Forse ci sono meno bambini, costretti a casa dal freddo o da qualche genitore troppo apprensivo.
O forse l’acciaio zincato funziona come una specie di ragnatela, e trattiene le risate come fossero mosche acchiappate.
O forse, più semplicemente, se metti un bambino in una gabbia, anche se piena di altalene, ridere gli riesce più difficile.

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