Siviglia di maggio è profumo di fiori d’rancio.
La città ne è permeata, quasi invasa; il profumo è figlio di numerosissimi aranci che la abitano e ne decorano le strade.
Arriviamo all’aeroporto alla sera, ma la luce di Maggio ci fa compagnia nell’avvicinarci alla città. Il taxi ci lascia in una piazza ancora sconosciuta, vicina all’appartamento dove passeremo i prossimi giorni; sulla carta la distanza sembrava maggiore, ma rapidamente scopriamo che tutto sembra essere a portata di mano, una specie di eterna passeggiata.
Ci accoglie Antonio, il padrone di casa, che ci guida attraverso strade lastricate che ricordano le calli veneziane, anche se l’unico sciabordio che si sente qui è il passo strascicato dei turisti.
L’appartamento dove dormiamo si affaccia sulla corte interna di un palazzo, una specie di via di mezzo tra una casa di ringhiera e la cella di un monastero, con il chiostro ingombro di fiori colorati e le pareti tappezzate di azulejos.
Le piastrelle decorate saranno fedeli compagne di tutto questo nostro viaggio, con i loro colori accesi e i loro disegni delicati.
Cerchiamo un posto per cenare, e ne approfittiamo per fare qualche passo nel cuore della città, con il campanile della cattedrale che ci fa da punto di riferimento e le facciate dei palazzi che si colorano di giallo e di bianco all’accendersi delle luci delle strade.
Troviamo una tenda rossa nella sera che si fa via via più buia, un ristorante adorno di lampadine vintage con le vetrate aperte sulla dolce brezza della sera. L’insieme ricorda “I nottambuli” di Edward Hopper, ma con più colore e più vita.
Il giorno dopo visitiamo il Real Alcazar, la reggia dei sultani di Siviglia. Qui tutto è permeato dalla presenza araba: le strade, i decori delle case, i giardini parlano di una terra al di là del Mediterraneo, lontana eppure così vicina da essere famigliare.
L’Alcazar è un merletto di pietra e di legno, una piccola fortezza nel cuore della città resa residenza per gli emiri. Fontane, panche di pietra, fioriere e finestre aperti sui cortili. E poi sale decorate in stile spagnolo con soffitti che sembrano presi da una moschea.
La sorpresa più grande è il giardino, una sorta di camera dei segreti all’aperto che in pochi passi ci porta lontano dall’Europa e lontano dall’Africa. Fontane e palme, pavoni e altri uccelli e ombra e profumo di fiori, c’è da perdersi e da camminare per ore nel tentativo di percorrere tutti i sentieri di questo giardino e i suoi corridoi sospesi, che permettono di a guardarlo dall’alto e che sono zeppi di turisti.
Ci sono panche e piccoli luoghi ameni, in cui la gente si ferma a riposare, ed immagino gli antichi dominatori della città a fare altrettanto.
Continuiamo a prendere confidenza con le strade di questa città in cui tutto sembra a portata di mano. Il cibo è buono, e i colori dei fiori li ritroviamo di continuo nelle azulejos tutto intorno a noi.
Terminata la visita all’Alcazar ci dirigiamo verso la Torre del Oro e nelle sue vicinanze godiamo di un piccolo ristoro, poi seguiamo il corso del Guadalquivir, che scorre placido nel cuore di Siviglia e la divide in due: da una parte il cuore antico e monumentale che però si rinnova di continuo, dall’altra il cuore popolare che sta diventando di moda e che è stato ammodernato con l’Expo del 1992.
Plaza de Espagna appare al termine di un lungo viale alberato che attraversa uno dei tanti giardini cittadini, un’esplosione di urbanità al termine di un bosco, un effetto scenografico notevole. Ce lo godiamo dal punto in cui il suo costruttore – Annibale Gonzalez – continua ad ammirarlo; gli hanno eretto una statua proprio nel punto in cui con un colpo d’occhio si può dominare tutta la piazza.
E’ un’esplosione barocca di colori caldi, un grande abbraccio di mattoni ed acqua, di gente che si spande nell’enorme spazio scenografico. Persino le immancabili carrozzelle a cavallo, che nel centro sono una presenza costante ad uso e consumo dei turisti, rispettano questo luogo e si fermano al confine segnato dai baracchini dei venditori di bibite e snack.
La piazza, disegnata per celebrare il viaggio verso le Americhe, è dominata dalla pietra e dall’acqua. La pietra la lastrica centimetro per centimetro, e la domina con i contrafforti scenografici che la chiudono da un lato come se fossero le quinte di un enorme palcoscenico. L’acqua la attraversa e la permea: un canale costruisce un arco navigabile, con graziose piccole barche simili a gondole veneziane che fanno la gioia dei turisti, e una grande fontana al centro della piazza regala arcobaleni ad ogni ora. Intorno ad essa un giocoliere crea bolle si sapone giganti, che i bambini rincorrono come se fossero farfalle.
Torniamo a casa, per una cena in uno dei tanti locali lungo la strada che corre sotto il nostro appartamento e per riposarci un po’. Domani ci aspetta una giornata impegnativa.
Ci alziamo non troppo presto e facciamo colazione in locale consigliato da un’amica, Gilda; se ieri abbiamo preso il caffè sotto gli aranci che costeggiano il viale che corre davanti alla Cattedrale, oggi mangiamo in un localino che propone colazioni tipiche, compreso pane e marmellata. Dopo esserci ristorati iniziamo la nostra visita alla cattedrale. L’entrata è attraverso il patio degli aranci, un giardino in città di derivazione moresca. Qui, architettonicamente, tutto parla una lingua ibrida, bastarda: la chiesa per eccellenza della città sorge sul luogo in cui era costruita la Moschea, di cui è sopravvissuto questo meraviglioso patio, ed è istoriata di decorazioni moresche e simil-arabe.
La chiesa è uno spazio enorme, altissimo, in cui la luce che filtra dalle vetrate arriva morbida a terra, mentre le volte fanno da sfondo al volo delle rondini. C’è un’immensa pala d’altare, alta metri e metri e coperta d’oro proveniente dalle Americhe; marmi e legni raccontano la ricchezza e la devozione della città; qui il concetto di Reconquista, di Chiesa Trionfante è tangibile.
In un angolo, illuminata dalla luce che proviene dai rosoni, svetta immobile una processione funebre. Quattro re guardano verso una delle tante croci di questa immensa chiesa, tenendo in spalla un feretro. E’ quello di Cristoforo Colombo, che ha trovato requie in terra di Siviglia dopo un lunghissimo girovagare. Il genovese aveva chiesto una sepoltura diversa, ai Caraibi. La morte lo colse però a Valladolid, e la leggenda vuole che dal allora le spoglie del navigatore abbiano viaggiato quasi quanto Colombo da vivo: Santo Domingo, Siviglia, poi Cuba e infine di nuovo Siviglia; come se il richiamo del mare, delle terre nuove fosse così potente da aver superato persino la morte.
Proseguiamo la visita negli ambienti delle sacrestie e delle cappelle “minori”, che sono così ricche da poter essere difficilmente descritte, per poi uscire di nuovo nel patio degli aranci. E’ mezzogiorno, il sole a picco disegna ombre nette tra le foglie, con il cielo azzurro e bianco di nuvole di primavera, il verde e l’arancio delle piante, e di nuovo il bianco dei marmi delle fontane. E’ impossibile non fermarsi per godere della musica dell’acqua zampillante e del fresco dell’ombra.
Dopo esserci goduti il fresco del patio e i giochi di colori di questa meraviglia, ci dirigiamo verso la Giralda, l’immenso campanile della Cattedrale. E’ una torre quadrata, assomiglia più ad una torre di un castello che al campanile di una delle chiese più grandi della cristianità, ma la solida architettura romanica della Giralda è ingentilita dagli intarsi che la percorrono da in cima in fondo. All’interno una serie di rampe e scale conduce fino alla cella campanaria, da cui si domina la città. Il Guadalquivir, il quartiere di Triana, Plaza de Toros e le Setas, le innumerevoli chiese della città e le strade, con le persone e le carrozze trainate dai cavalli, e i fiori del giardino del Real Alcazar. Tutto di dispone sotto i nostri occhi nella luce netta del primo pomeriggio. La vista toglie il fiato e la salita mette fame, quindi rifacciamo le rampe per scendere, fermandoci di tanto in tanto per ammirare gli oggetti che raccontano la storia della costruzione di questa splendida torre e ci fermiamo nei dintorni della cattedrale, per godere di un pasto e della vista dei portali della chiesa.
Attendiamo il pomeriggio, la cattedrale si chiude ai turisti e riapre le sue porte per noi e pochi altri, che abbiamo prenotato un giro sui tetti. Abbiamo pochi minuti per condividere questa meraviglia dell’architettura con le rondini, che ancora sfrecciano tra i rosoni e i montanti delle volte, mentre tutto intorno la cattedrale è avvolta dal silenzio e dall’ombra.
Comincia accanto alla tomba di Colombo un viaggio fatto di scale strette e di squarci di cielo che aprono all’improvviso tra i pinnacoli e i contrafforti che spingono i muri. La città, di nuovo, si apre sotto di noi turisti, che per un paio d’ore viviamo il privilegio delle rondini e dei gabbiani. Quello che fa più impressione di questi tetti, tra i pochi visitabili perchè piatti, è la ricchezza delle decorazioni. Anche quassù, dove nessuno le avrebbe potute vedere, i mastri massoni hanno cesellato la pietra e maggior gloria di Dio, ma soprattutto della città che pagava il loro lavoro.
Scendiamo dai tetti ancora frastornati dal caldo e dalla bellezza, e corriamo verso il centro. Il tramonto si avvicina e voglio andare a fotografare le Setas, il parasole di legno che copre una grande piazze, che fu il foro romano e nella quale oggi i ragazzi provano passi di break dance e qualche trick con lo skate. Per pochi euro un ascensore ci porta sulla cima della struttura, e per la terza volta Siviglia si mostra in tutta la sua bellezza. E’ quella che si chiama l’ora d’oro, quando la luce del sole dipinge le nuvole di colori fiammeggianti e allunga le ombre. Da qui sopra s gode una vista spettacolare, a camminare sulle Setas sembra di percorre la tolda di una grande nave che naviga leggera sui mare delle case.
La sera ci accoglie di nuovo, ci invita a restare fuori lungo le strade a a godere del fresco e del rumore della gente che chiacchiera nei ristoranti del centro.
Il giorno dopo affrontiamo una bella passeggiata che dal centro ci conduce verso il quartiere di Triana; una volta guadato il Guadalquivir è chiara la sensazione di essere usciti dalla zona monumentale e di inoltrarsi nella città vera, dei sivigliani. Al mercato coperto facciamo tappa, e un po’ di memoria dei bazar di Istanbul. Incrociamo parecchia gente, com’è giusto che accada in un mercato, compreso un gruppo di ragazzi stranieri che accompagnati da alcuni volontari si aggira per i banchi per fare un po’ di conversazione e imparare i nomi delle mercanzie esposte. Triana è un quartiere popolare, anche se sta diventando di gran moda e numerosi turisti decidono di alloggiare qui per visitare il centro. Una lunga passeggiata, e una breve giro in autobus, e arriviamo alla Cartuja, la vecchia certosa di Siviglia ora divenuta una museo di arte contemporanea nel cuore del quartiere dell’Expo. Il monastero della Cartuja è legato alla storia di Cristoforo Colombo, che qui lasciava il figlio, affidandolo ai monaci durante i suoi viaggi verso le Americhe, e che qui veniva a studiare. La leggenda vuole che che vi abbia piantato alcuni alberi provenienti dalle Nuove Terre, sotto la cui ombra troviamo ristoro. E’ un ambiente assolutamente unico, in cui il gotico moresco si sposa con le installazioni contemporanee e con le ciminiere della fabbrica di ceramiche che qui fu impiantata nell’Ottocento.
Torniamo verso la Cattedrale, con la mole della Giralda ormai nostro faro, e ci godiamo un po’ di vagabondaggio.
L’ultimo giorno lo dedichiamo a vistare la casa di Pilato, una meravigliosa villa che prende questo nome dal fatto che la piazza antistante era teatro della stazione della Via Crucis della presentazione di Cristo a Pilato. La villa è uno spettacolo di marmi, decorazioni moresche e buganvillee fucsia così accese da sembrare finte; c’è un grande chiostro dove al bianco accecante della pietra si alterna l’ombra riposante e fresca dei portici e degli ambienti che si aprono sul cortile centrale. Alle spalle del chiostro, un giardino completa la meraviglia di questo palazzo, richiamando quello dell’Alcazar che è stato l’inizio di questo nostro viaggio.
Di Siviglia mille angoli restano da raccontare, e almeno altrettanti da vedere. Quel che resta nel cuore è il continuo rincorrersi delle sue anime, cattolica e moresca, che le scivola sotto la pelle e sotto le bluse delle ballerine di flamenco.
E il profumo delle arance, che accompagnano ogni nostro passo
SIVIGLIA E’ UNA MERAVIGLIA
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