Paestum è una specie di sogno maestoso nel cuore della campagna campana, un òuogo che sembra impossibile per bellezza e conservazione, per collocazione e per colore.
I templi che la rendono famosa in tutti il mondo sembrano emergere da nulla, quasi incastonati nel paesaggio urbano circostante e – contemporaneamente – fuori da qualsiasi contesto urbanistico. E’ una cosa piuttosto difficile da spiegare, bisogna vederla per comprenderla fino in fondo.
Si potrebbe provare a raccontarla partendo dalla statale che corre intorno alla cinta muraria megalitica, esattamente come nei secoli passati hanno fatto le strade fin dalla fondazione di questa colonia greca. O partendo dai negozi di souvenir che assediano il cuore della città antica, separati da una strada pedonale e con le pietre che sembrano quasi sfuggire alle cancellate che racchiudono i templi, per insinuarsi nei giardini e nelle case.
Si potrebbe partire dal museo, un brutto edificio di stampo fascista che raccoglie una bellissima collezione archeologica e la meravigliosa tomba del tuffatore, con la sua eleganza greca e la sua debordante voglia di vivere etrusca.
Si potrebbe partire dai ristoranti che offrono cene romantiche a lume di candela proprio sotto le mura, con la gente che si gode il buon cibo campano dove un tempo iniziava la barbarie.
Noi siamo stati fortunati e l’abbiamo vista in una giornata piuttosto speciale, non tanto per l’entrata gratuita ma per averla potuta camminare con una guida appassionata, e di aver concluso la nostra visita con un concerto tra i templi.
Quando entriamo nel parco archeologico il sole è già alto. Gli alberi sono un’oasi di fresco nella calura e nell’afa; le cicale sono una compagnia costante mentre passeggiamo tra i colonnati greci e pavimenti romani. Qui hanno scavato nel corso dei decenni, più interessati a portare alla luce che alla coerenza di quel che affiorava, e che che si vede oggi è un miscuglio tra la città greca e quella romana. In un certo senso, tuttavia, c’è una sorta di coerenza in questo non rispetto scientifico, visto che Paestum è il nome latino di una colonia focese.
Quando il caldo diventa troppo, troviamo rifugio nel museo, ed è davvero rigenerante passeggiare nelle sue sale ricche di reperti trovati dall’altra parte della strada, e che raccontano di una città ricca e piena di vita.
Rientriamo nel cuore monumentale della città città quando il sole diventa meno aggressivo; abbiamo in programma una visita guidata un po’ particolare, una di quelle che generalmente non si fanno. La organizza il FAI, e ci fa da guida un volontario, un signore di forse cinquant’anni con la voce roca di sigarette e gli occhi chiari, e con la capacità di raccontare le pietre come se fossero pagine di un libro illustrato. Ci accompagna lungo le strade, spiegando gli spazi e dando un senso a quello che sembra solo rudere abbandonato. Ci conduce a ritroso nel tempo, lungo la via principale della città, e da qui attraverso la campagna fino alla cinta muraria.
Stando nell’area monumentale, avevamo perso la dimensione reale della città, che è molto più ampia della sua agorà, ed è interessante notare come tutto intorno il borgo moderno abbia fagocitato l’abitato antico, ma come straordinariamente il cardo – l’asse viario principale – sia rimasto sempre terreno demaniale.
Si passa attraverso la campagna fino alle porte della città, che fedeli alla loro missione proteggono ancora le case dei contadini. Da lì, attraversando una statale ed un quartiere abusivo, si arriva alla spiaggia gestita dal FAI; è una spiaggia libera, libera soprattutto dalle installazioni per bagnanti e dalla bolgia dei turisti, che si tengono lontani dalla pineta e dalla sua spartana e selvaggia bellezza. La sabbia è costellata dal bianco dei gigli di mare, ed è ammantata dal profumo della macchia mediterranea. Nei giorni successivi ci torneremo ancora, per godere della frescura della pineta e di un mare senza fronzoli e musica invadente.
Finita la visita, rientriamo verso l’area monumentale costeggiando le mura fino all’inizio della zona commerciale. Da qui rientriamo nel parco con la luce del tramonto che dipinge i templi di rosa e di ocra. Presso l’area del tempio di Hera l’orchestra sta preparando gli strumenti: stasera c’è Ezio Bosso che li dirige. Bosso è una forza della natura, un musicista che non può fare altro che incantare e farsi incantare.
Lasciamo Paestum che è notte fonda, la luna già alta nel cielo. Per raggiungere i cancelli dobbiamo di nuovo attraversare l’agorà, che ormai è diventata un po’ nostra. Se non riusciamo a sentire il profumo del pesto di rose che le ha dato il suo nome romano, ormai non fatichiamo ad immaginare il via vai lungo le sue strade, il rumore delle persone e delle attività dei suoi antichi abitanti. I loro discendenti sono ancora qui, separati dal loro passato solo da una cancellata e da una stradina asfaltata.
Ancora, come allora, vendono ninnoli ai viaggiatori che si fermano all’interno delle mura.
Paestum
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