Il telefono vibra nella tasca dei pantaloni mentre cammino sul sentiero. Gli alberi e i ciottoli fanno credere di essere in mezzo al bosco, ma si tratta solo di una bugia; a pochi metri i rumori smorzati delle auto mi ricordano di essere su di un “percorso ciclopedonale”, una banale stradina di campagna creata per dare l’illusione di stare in mezzo alla foresta a chi conosce al massimo gli alberi dei parchi cittadini.
Non ho voglia di rispondere. Ho parcheggiato la macchina lungo la strada, mi sono tolto la cravatta e l’orologio per fare due passi, ma mi sono dimenticato il telefono in tasca. O è diventato talmente abituale avercelo addosso che non riesco più a lasciarlo lontano dal mio corpo, o la sua presenza ormai ha il valore di feticcio e non averlo con me mi provoca una certa ansia. Sia come sia, è qui con me adesso, e vibra nella tasca; non lo prendo in mano per silenziarlo: non voglio sapere chi mi sta chiamando per non correre la tentazione di rispondere.
Continuo a percorrere il sentiero, seguendo le orme di ciclisti della domenica e padroni di cane. Non c’è nessuno a quest’ora, siamo pur sempre nel Veneto produttivo e alle quattro del pomeriggio sono tutti col culo ben piantato sulla sedia a pensare al fatturato. Dovrei esserci anche io, ma mi sono rotto le palle. Ho guardato in faccia il campo durante la riunione e gli ho detto che avevo bisogno di una boccata d’aria. La tentazione era quella di mandarlo a praticare sesso con la propria madre, ma non avevo voglia di fare scenate.
Cammino sulla terra umida, con le scarpe che scivolano sulla strada e mi costringono a riprendere costantemente l’equilibrio. Ci fosse qualcuno a guardarmi, poterebbe credere di stare in un film americano, uno di quelli in cui il protagonista tira fuori un fucile a pompa e ammazza colleghi e passanti. Ma non c’è nessuno, sono tutti impegnati far crescere il fatturato.
Il sentiero prosegue, carico di foglie fradicie, fino ad fino ad un piccolo ponte. I rumori delle auto sono sempre più lontani, e insieme a loro anche le parole del capo che mi faceva notare come i ricavi di luglio non fossero sufficienti. I toni della discussione sono cresciuti in fretta, dalle parole si era quasi passati alle mani. Mi sono fermato prima di fargli del male e me ne sono venuto qui a sbollire la rabbia.
Non sta funzionando un granché bene.
Il telefono continua a squillare e io ho perso la cognizione del tempo, mi rendo conto solo che fa decisamente più buio di quando sono partito. Prendo in mano il cellulare, con il pensiero colpevole di aver fatto preoccupare qualcuno, ma ci sono solo tre chiamate del capo ed un suo messaggio: “riporta qui la macchina e non farti più vedere”.
Nel buio, il bosco riecheggia del mio barbarico FIGATOMARE

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